lunedì 1 giugno 2015

La bellezza del male

In tutto il mondo, e da oltre settecento anni, è celebrato per il viaggio soprannaturale nei regni oscuri del peccato e luminoso della grazia compiuto "nel mezzo del cammin" di sua vita. Secondo gli studiosi correva l'anno 1300 e Durante di Alighiero degli Alighieri, più comunemente conosciuto come Dante Alighieri, stava per toccare la soglia anagrafica  che per i suoi contemporanei segnava proprio quel "mezzo" a cui il sommo poeta fiorentino allude (l'età media era allora di 70 anni).
Dell'autore de "La Divina Commedia", morto a Ravenna nel 1321, ricorrono nel 2015 (e proprio in questo periodo, dato che l'evento è segnato tra l'ultima decade di maggio e la prima di giugno) i 750 anni dalla nascita, avvenuta nel 1265. Una ricorrenza che scrittori, italiani e non, hanno deciso di onorare dedicando al grande Alighieri una loro opera.
A partire da Giulio Leoni, già autore di una serie di romanzi ("I Delitti del Mosaico", "I Delitti della Medusa", "I Delitti della Luce", "La Crociata delle Tenebre") dedicati a Dante novello detective moderno.


C'è una bellezza che rifulge anche dal più nero degli abissi, ma l'esiliato Dante Alighieri non avrà bisogno di scendere al centro della Terra per distinguerne il volto, di cui pure va ricercando nella mente le fattezze per poterle descrivere al termine della prima cantica de "La Divina Commedia". L'allusione è al "Principe delle Tenebre", l'angelo scacciato dalle schiere celesti per essersi ribellato a Dio, eppure ancora ammantato di luce e di un fascino ultraterreno, perché la seduzione degli occhi è il primo strumento attraverso cui il male cerca di far breccia nel cuore degli uomini. Una perfezione capace di imprimersi sul tessuto di un mantello.
Nel suo romanzo "La Sindone del Diavolo" (edizioni Nord), lo scrittore romano Giulio Leoni e lo stesso poeta fiorentino, che racconta la vicenda in prima persona, ci guidano lungo l'asse Pisa (dove Dante si è rifugiato)-Venezia per una missione che si rivela ogni giorno più pericolosa. In gioco vi è la vita dell'imperatore Arrigo VII, le cui condizioni di salute si sono nuovamente aggravate tanto che già si dispera di poterlo salvare.

L'autore della "Vita Nova", che confida nella testa coronata per poter rientrare nella città natia da uomo libero e con tutti gli onori, parte alla volta della località lagunare alla ricerca di un guaritore orientale di cui non conosce il nome, ma che pare possieda l'unica cura possibile per salvare l'importante esponente del casato comitale di Lussemburgo. Ad aiutarlo nella ricerca, solo due indicazioni: il nome di una locanda, che scompare di giorno per riapparire magicamente al calare dell'oscurità, e quello di un orafo fedele alla causa imperiale. Un insolito quanto inaspettato aiuto sul campo arriverà però al poeta da una "honesta", l'equivalente di quelle che oggi sono definite accompagnatrici d'alto bordo.

Apparizioni soprannaturali si mescolano confondendosi sullo sfondo di lotte spietate per il potere e di una catena di omicidi che toccano da vicino l'Alighieri impastandone il cammino di una lunga scia di sangue. Nulla è come sembra in questa corsa contro il tempo dove ad essere in gioco non è solo il destino personale del poeta, ma le sorti dell'Italia intera. I rintocchi di campana che si propagano nell'aria tranquilla della laguna veneziana inchiodano però Dante alla realtà, la più terribile per le speranze che era andato cullando. La ricerca del poeta non può tuttavia definirsi vana. Il "suo Lucifero" ha ora finalmente un volto...

lunedì 25 maggio 2015

Un noir dei sentimenti


Fabio Salvi è un giornalista che si occupa di cronaca nera e giudiziaria. I suoi migliori sono, non a caso, gli agenti di un Commissariato milanese dove il reporter si reca ogni giorno alla ricerca di storie, spinto dal bisogno di rendere giustizia alla verità ed appagare il diritto collettivo a ricevere informazioni su quello che accade nel mondo.

La (apparente) serenità del "Cuore Apolide" protagonista del secondo romanzo di Roberto Pegorini (edizioni Caosfera) è però incrinata da problemi di natura personale e da un'ombra che rispunta all'improvviso da un passato non troppo lontano, trascinando con sé una serie di complicazioni collaterali. La principale ha il volto e la fisicità prorompente di Katia, una maestra d'asilo che entra come un uragano nella vita di Fabio, apparentemente mettendo a rischio le sue già fragili certezze, nella sostanza, invece, cementandolo nella direzione che da tempo ha già preso.  

“[…] gli viene da pensare che il suo è un cuore apolide; avrebbe tanto amore da donare eppure non trova pace e riparo e si trova costretto a vagare nel mondo dei sentimenti altrui senza patria, senza colpa.” (Roberto Pegorini, "Cuore apolide", pag. 303)  
L’amore e l’amicizia sono messe a dura prova in una corsa contro se stessi e le più paure più elementari che si annidano nell’animo umano. Una squadra di "eroi di tutti i giorni" cercherà di inchiodare alle sue responsabilità un personaggio già a suo tempo sottrattosi con metodi del tutto illegali. La posta in palio è alta: l’incolumità di un bambino. Mentre si va costruendo la "rete" con cui catturare il pericoloso soggetto in questione, il suono ripetuto del cellulare di Fabio Salvi arriva a confondere per un attimo le idee. Le telefonate anonime indirizzate al giornalista e l’operazione di di polizia che si sta organizzando sono forse collegate? L'equilibrio psico-fisico del reporter è messo sempre più alla prova. Una scoperta dolorosa e una rinuncia dettata dal rispetto per i valori deontologici della professione a cui non saprebbe rinunciare rendono lo scenario ancor più complesso da gestire. Ormai però la pistola è armata. Tornare indietro non è possibile.


In una Milano colorata dalle emozioni del protagonista (e dell’autore che vi è nato), la "buona battaglia" di Fabio Salvi può essere letta come un omaggio ai tanti cronisti che hanno messo a repentaglio la propria vita nel tentativo di contribuire a costruire un mondo dove a pagare siano solo i colpevoli. Per Roberto Pegorini, classe 1969, giornalista, "Cuore apolide" rappresenta la possibilità di trasfondere in un romanzo l’esperienza acquisita in oltre vent’anni di carriera spesi a raccontare i casi più emblematici legati alla cronaca nera e giudiziaria

Tra storia e arte, un ritratto inedito del Buonarroti

Verso la città di Roma e i suoi abitanti più o meno illustri nutrì sentimenti contrastanti, nondimeno regalò alla Città Eterna opere che ne hanno consacrato la grandezza nel mondo. 
Parliamo di quel genio del Buonarroti a cui Daniela Piazza, insegnante di Storia dell’Arte in un liceo di Savona, dedica il suo secondo romanzo "L’enigma Michelangelo. Il genio, il falsario", edito da Rizzoli.
Un meta-racconto introdotto e concluso da pagine ambientate ai giorni nostri che ricalca quasi trent’anni delle principali vicende storiche che interessarono il nostro Paese e dal quale emergono prepotenti alcuni figure. Non solo quella dell’artista toscano, presentato inizialmente ancora in fasce, ma femminili, ancorché dotate di forza e carisma fuori dal comune, come Caterina Sforza, nipote di Ludovico il Moro e signora di Forlì, che a lungo riuscì a difendere i suoi possedimenti dall’attacco in armi di Cesare Borgia, il figlio cadetto di Papa Alessandro VI. Altri nomi conosciuti fanno capolino: dalla temibile Lucrezia Borgia, qui presentata come una fanciulla vittima della sete di potere della sua famiglia; sua cognata Sancha d’Aragona, sposata al più piccolo dei figli del Pontefice, Jofré; fra Girolamo Savonarola. D’altronde il periodo scelto, a cavallo tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento, durante il quale operò un altro grande, Leonardo da Vinci, con le sue caratteristiche rappresentò l’alveo ideale, la culla di una grande stagione della storia dell’arte. 
Perché allora quel sottotitolo "il falsario"? Ruota intorno a un’opera giovanile di Michelangelo, portata a termine quando ancora frequentava il Giardino di San Marco, la collezione di antichità curata da Lorenzo il Magnifico, aperta solo a pochi eletti. Portata a Roma e venduta a un potente cardinale del tempo, comportò una prima chiamata dell’artista nella città pontificia (ne seguiranno altre, visti anche i non facili rapporti del toscano con le varie committenze). Un’opera di soggetto pagano, affascinante come se fosse stata scolpita secoli prima, dotata di una luce particolare. Un pezzo che in molti vorrebbero possedere anche se per i motivi più diversi.

Tra esperimenti alchemici, omicidi, intrighi, storie d’amore e di prepotenza, Daniela Piazza ci restituisce uno spaccato della vita del tempo e personaggi svestiti della corazza che la storia è solita loro attribuire. Pregevoli e accurate le descrizioni delle sontuose feste organizzate nelle case nobiliari in cui si intravvede la competenza musicale dell’autrice, maturata negli anni di studi in Conservatorio, culminati con il diploma.

Quasi una vicenda dei giorni nostri

Carlo A. Martigli ha pubblicato per i tipi di Longanesi "La congiura dei potenti", un suggestivo affresco dell’Europa del XVI secolo, spazzata dai venti della Riforma Protestante. Lo scrittore, toscano di nascita ma ligure d’adozione, è al suo terzo romanzo dopo "999. L’ultimo custode", che ricalca, un secolo prima, la figura del pensatore Giovanni Pico dei conti di Mirandola e Concordia, e che solo in Italia ha superato in breve tempo le 130.000 copie vendute; e "L’Eretico", uscito due anni fa, che ha ribadito il consenso di pubblico, tanto che oggi le opere di Martigli circolano tradotte in sedici paesi e quattro continenti.
Anticipare qualcos’altro sulle avventure, dalla Turchia alla Roma di Papa Leone X fino ad Augusta, di Paolo de Mola (figlio di una nota conoscenza per quanti hanno già letto uno dei testi citati), sarebbe rubare un pezzetto del godimento che si può trarre da una scrittura accurata, ricca di riferimenti bibliografici, ma fluida, godibile, capace di inchiodarti alle pagine con il desiderio di saperne sempre di più.
I personaggi, alcuni dei più noti di quell’epoca così densa di eventi, acquistano carnalità, fuoriuscendo da quella stereotipizzazione che spesso colpisce i grandi consegnati alla storia.
Anche le figure create dalla mente di Martigli sono umanissime nel loro peregrinare sulla terra, a volte costrette da eventi inaspettati a cambiare in un solo istante il corso dei loro passi, ancora e ancora.
Le città citate (Costantinopoli prima e dopo l’avvento di Solimano Il Magnifico; la Roma di Papa Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo; la Germania della crociata di Thomas Müntzer, il predicatore che sollevò le masse deboli contro i potenti di stato e chiesa) vibrano altresì di suoni, colori ed emozioni, quasi come se lo scrittore fosse riuscito con una magia a ricrearcele davanti agli occhi.